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UNA FEDE COERENTE

«Non c'è vera soluzione della "questione sociale" fuori del Vangelo»: quest'affermazione perentoria costituisce il nucleo vitale dal quale si snoda tutto il messaggio della Centesimus annus (cfr. n. 5). L'enciclica affronta in recto, come consuetudine del magistero di Giovanni Paolo II, tutte le questioni più scottanti sollevate dallo sviluppo della società contemporanea: il rilevamento degli errori del comunismo, la denuncia dell'individualismo e degli scompensi dell'economia di mercato, la difesa del diritto di proprietà e la definizione dei suoi limiti, la soggettività della società, il ruolo dello Stato... Ma la prospettiva nella quale si iscrivono le diverse riflessioni è segnata dal continuo ritorno a questa certezza prima e fondamentale: «Le scienze umane e la filosofia sono di aiuto per interpretare la centralità dell'uomo dentro la società (...). Soltanto la fede, però, gli rivela pienamente la sua identità vera» (n. 54). Quindi, «la dimensione teologica risulta necessaria sia per interpretare che per risolvere gli attuali problemi della convivenza umana» (n. 55) .

Che questi siano princìpi astratti può pensarlo solo chi, preferendo lasciarsi ingabbiare dalle maglie dell'ideologia piuttosto che accettare il confronto con la realtà, si ostina a respingere la tragica evidenza della storia e rinuncia al coraggio della verità. La sanguinosa sequenza di violenze contro l'uomo, che ha attraversato il nostro secolo, conferma in modo drammatico la forza profetica con cui il magistero della Chiesa leva la propria voce a difendere, contro ogni sopruso, l'uomo, la sua dignità e i suoi diritti inalienabili».

Cent'anni fa Leone XIII si pronunciò contro le ingiustizie del socialismo e del liberismo: le lotte che da allora hanno travagliato il mondo, le sofferenze innominabili di interi popoli testimoniano il furore cieco al quale la sete del potere può spingere l'uomo. Ed è forzoso, oltre che saggio, riconoscere oggi che la lungimiranza con cui il Papa prefigurava tante sciagure poteva scaturire solo dalla valutazione dei fatti contingenti alla luce della verità perenne.

Situandosi nella medesima prospettiva, un secolo dopo la Rerum novarum, Giovanni Paolo II delinea il quadro delle attese e dei rischi cui l'umanità è esposta sulle soglie del terzo Millennio. Dalla storia, troppo recente e sofferta per poter essere dimenticata, dobbiamo imparare ad ascoltare i suoi avvertimenti: «La negazione di Dio priva la persona del suo fondamento e, di conseguenza, induce a riorganizzare l'ordine sociale prescindendo dalla dignità e responsabilità della persona» (n. 13). E ancora: «Se non esiste una verità trascendente, obbedendo alla quale l'uomo acquista la sua piena identità, allora non esiste nessun principio sicuro che garantisca giusti rapporti tra gli uomini (...). Se non si riconosce la verità trascendente, allora trionfa la forza del potere (...). La radice del moderno totalitarismo, dunque, è da individuare nella negazione della trascendente dignità della persona umana, immagine visibile del Dio invisibile e, proprio per questo, per sua natura stessa, soggetto di diritti che nessuno può violare» (n. 45).

Questo, dunque, l'approccio di una lettura della Centesimus annus in sintonia con il centro del suo messaggio: il Papa non si prefigge in primo luogo di denunciare le disfunzioni della società contemporanea, di mettere in guardia contro i pericoli che sovrastano l'umanità o di proporre rimedi settoriali. Egli proclama quella verità rivelata da Dio che giudica in modo inappellabile ogni sforzo dell'uomo. Il Santo Padre suggerisce a più riprese la sola chiave di lettura corretta dell'enciclica: la dottrina sociale è parte essenziale dell'insegnamento morale della Chiesa (cfr. n. 55). Come tale, essa non offre suggerimenti tecnici sul modo di governare le dinamiche dello sviluppo sociale ed economico. Rammenta, invece, il confine invalicabile che separa il bene dal male, la violenza dalla giustizia, il diritto dalla sopraffazione. E, alla luce del disegno eterno di Dio, detta le condizioni che vanno assolutamente rispettate per poter attivare un progresso degno dell'uomo.

In un'epoca in cui si vorrebbe relegare la fede nell'ambito delle opinioni private, ininfluenti nel plasmare il volto della società, Giovanni Paolo II ha intrapreso un formidabile sforzo di evangelizzazione. La dottrina sociale ne costituisce uno degli aspetti certamente più rilevanti. A quest'umanità, così fortemente protesa nelle attività terrene, il Santo Padre annuncia il mistero della salvezza operante nella storia (cfr. n. 54). In tutti i suoi interventi sui diritti dell'uomo, sul bene comune, la famiglia, l'educazione, il lavoro, i doveri dello Stato, l'ordinamento nazionale e internazionale, la vita economica, la cultura, la guerra e la pace, il rispetto della vita..., insomma in tutto l'orizzonte vastissimo del suo magistero sociale, egli non fa che tracciare i punti fermi del cammino lungo il quale si compie il destino eterno dell'uomo.

I suoi richiami presentano dunque il carattere di condizioni discriminanti per il futuro dell'umanità. La Centesimus annus è costellata di affermazioni che ribaltano molte delle certezze cui si ispirano i progetti di espansione della società attuale e contengono un potenziale critico dirompente nei confronti di un sistema economico polarizzato nella ricerca del profitto. Disattendere questi inviti significherebbe edificare non già sulla sabbia, ma sulla cima di un vulcano in eruzione. In questa chiave di urgente necessità di una profonda revisione dei valori dominanti vanno letti gli ammonimenti dell'enciclica: «Sarà necessario uno sforzo straordinario per mobilitare le risorse (...) verso fini di crescita economica e di sviluppo comune, ridefinendo le priorità e le scale di valori, in base ai quali si decidono le scelte economiche e politiche» (n. 28) . «Occorre rompere le barriere e i monopoli che lasciano tanti popoli ai margini dello sviluppo» (n. 35) . «Sarà necessario abbandonare la mentalità che considera i poveri —persone e popoli— come un fardello e come fastidiosi importuni, che pretendono di consumare quanto altri han prodotto (...). L'elevazione dei poveri è una grande occasione per la crescita morale, culturale ed anche economica dell'intera umanità» (n. 28) . «Si tratta (...) di aiutare interi popoli, che ne sono esclusi ed emarginati, ad entrare nel circolo dello sviluppo economico ed umano. Ciò sarà possibile non solo attingendo al superfluo, che il nostro mondo produce in abbondanza, ma soprattutto cambiando gli stili di vita, i modelli di produzione e di consumo, le strutture consolidate di potere che oggi reggono le società» (ibid.) .

Se il comunismo ateo rappresenta la negazione sistematica della dignità dell'uomo come persona e del suo destino eterno, il liberalismo ne implica spesso la violazione pratica, con la sua esaltazione del consumismo e dei «valori puramente utilitaristici, con la sollecitazione degli istinti e delle tendenze al godimento immediato, la quale rende difficile il riconoscimento ed il rispetto della gerarchia dei veri valori dell'umana esistenza» (n. 29). Occorre ripeterlo con coraggio: non esistono leggi economiche dotate di tale necessità intrinseca da imporre modelli che mortificano i diritti umani primari: «E' stretto dovere di giustizia e di verità impedire che i bisogni umani fondamentali rimangano insoddisfatti e gli uomini che ne sono oppressi periscano (...). Esiste un qualcosa che è dovuto all'uomo perché è uomo, in forza della sua eminente dignità» (n. 34) .

Si direbbe allora che il filo conduttore dell'enciclica sta nella ferma sottolineatura della radicale insufficienza dell'economia e della sua necessaria subordinazione alla morale: «Il sistema economico non possiede al suo interno criteri che consentano di distinguere correttamente le forme nuove e più elevate di soddisfacimenti dei bisogni umani dai nuovi bisogni indotti, che ostacolano la formazione di una matura personalità (...). E' necessario, perciò, adoperarsi per costruire stili di vita, nei quali la ricerca del vero, del bello e del buono e la comunione con gli altri uomini per una crescita comune siano gli elementi che determinano le scelte dei consumi, dei risparmi e degli investimenti» (n. 36). Quando si ignora la dimensione trascendente costitutiva dell'uomo, l'economia inevitabilmente «perde la sua necessaria relazione con la persona umana e finisce con l'alienarla ed opprimerla» (n. 39).
Parallelamente a questa corre l'affermazione dell'insopprimibilità del rapporto fra politica ed etica anche nei moderni regimi pluralistici:
«Gli avvenimenti dell'89 (...) sono un monito per quanti, in nome del realismo politico, vogliono bandire dall'arena politica il diritto e la morale» (n. 25) . «Molti odi e rancori si sono accumulati. E' reale il pericolo che questi riesplodano (...), provocando gravi conflitti e lutti, se verranno meno la tensione morale e la forza cosciente di rendere testimonianza alla verità» (n. 27) .

E' un appello che il Papa rivolge non solo ai governanti, ma a tutti gli uomini. La dottrina sociale, proprio in quanto parte integrante dell'insegnamento morale della Chiesa, non è «una teoria, ma prima di tutto un fondamento e una motivazione per l'azione» (n. 57). Proprio per questo il Santo Padre richiama ogni cristiano a metterla in pratica senza sconti nella propria vita: «Oggi più che mai la Chiesa è cosciente che il suo messaggio sociale troverà credibilità nella testimonianza delle opere, prima che nella sua coerenza e logica interna» (ibid.). I campi di applicazione sono molteplici, e tutti di primaria importanza: dal rispetto della vita fin dal concepimento alla tutela del matrimonio indissolubile, dalla difesa della famiglia come «santuario della vita» (n. 39) alla giustizia e alla solidarietà nei confronti dei bisogni del prossimo. Nella sfera dei doveri sociali si verifica una stretta fusione dell'amore di Dio con l'amore per il prossimo. Di qui che la coerenza dei cristiani costituisca uno dei perni della nuova evangelizzazione a cui Giovanni Paolo II sta convocando il popolo di Dio.

A ciascuno di noi, dunque, compete il dovere della coerenza in questa testimonianza da cui dipende il futuro dell'umanità e la fecondità stessa della Chiesa. Come ha scritto il Venerabile Josemaría Escrivá: «Un uomo o una società che non reagiscano davanti alle tribolazioni e alle ingiustizie, e che non cerchino di alleviarle, non sono un uomo o una società all'altezza dell'amore del Cuore di Cristo. I cristiani —pur conservando sempre la più ampia libertà di studiare e di mettere in pratica soluzioni diverse, e godendo pertanto di un logico pluralismo— devono coincidere nel comune desiderio di servire l'umanità. Altrimenti il loro cristianesimo non sarà la Parola e la Vita di Gesù; sarà un travestimento, un inganno, di fronte a Dio e di fronte agli uomini» (E' Gesù che passa, n. 167). Parole che richiamano questo severo monito della Centesimus annus: «E' alienato l'uomo che rifiuta di trascendere se stesso e di vivere l'esperienza del dono di sé e della formazione di un'autentica comunità umana, orientata al suo destino ultimo che è Dio. E' alienata la società che, nelle sue forme di organizzazione sociale, di produzione e di consumo, rende più difficile la realizzazione di questo dono ed il costituirsi di questa solidarietà interumana» (n. 42).

Romana, Nº 12, Gennaio-Giugno 1991, pag. 7-11.