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Nel numero di luglio-agosto 1985 della rivista "Litterae Communionis", organo del Movimento "Comunione e Liberazione", è comparsa la seguente intervista rilasciata dal Prelato dell'Opus Dei:

1. Come nasce nella mente e nell'esperienza di Mons. Josemaría Escrivá quello che poi sarà chiamato Opus Dei? Quali sono le sue radici teologiche e culturali?

Mons. Escrivá fondò l'Opus Dei il 2 ottobre 1928. Ciò che quel giorno nacque nella sua anima e cominciò a maturare nella sua esperienza era un vero carisma, frutto dell'azione dello Spirito Santo in un sacerdote ancora giovane. Come egli stesso amava ricordare, infatti, a quel tempo aveva "solo ventisei anni, grazia di Dio e buon umore".

Circa undici anni prima aveva iniziato a percepire dentro di sé una chiamata del Signore, senza però riuscire a coglierne l'esatto contenuto; e per tutto questo tempo aveva espresso la propria risposta a tale inquietudine divina con le parole del cieco di Gerico: Domine, ut videam! , Signore, che io veda!, e con una fiduciosa giaculatoria alla Madonna: Domina, ut sit! . Nel 1927 si era trasferito a Madrid, per completare le ricerche in vista del dottorato in Diritto, e nella capitale aveva subito preso a svolgere una vastissima attività sacerdotale con gli studenti universitari e con i poveri, i bambini ed i malati delle borgate più estreme e degli ospedali più abbandonati.

Finalmente, il 2 ottobre 1928, la luce di Dio invase la sua anima: il Signore aveva aperto un nuovo cammino di santificazione nella Chiesa. Dinanzi allo sguardo del Fondatore si dischiuse un immenso panorama apostolico: la santità cristiana non è un privilegio per pochi. Dio chiama tutti gli uomini, quali che siano le loro situazioni personali, familiari, culturali o professionali, a servirlo e a raggiungere la pienezza della carità proprio attraverso l'adempimento dei loro doveri quotidiani. Non solo ai sacerdoti e ai religiosi è stato affidato il compito di partecipare all'edificazione del Regno di Dio nel mondo; tutti i cammini della terra, dai più umili ai più brillanti, divengono in questa prospettiva luogo e mezzo di santificazione. La vocazione cristiana si inserisce così, in tutta la propria radicalità evangelica, nelle situazioni umane più comuni e la vita di tutti i giorni, con la sua apparente monotonia, acquista pienezza e novità di senso.

Vocazione universale alla santità, le occupazioni professionali come ambito e mezzo di santificazione e l'unità di vita del cristiano, vale a dire l'inserimento senza residui della fede in tutte le sfere dell'esistenza personale: ecco i cardini del messaggio che da quel giorno egli prese ad annunciare instancabilmente. Una meravigliosa esperienza la cui originalità cristiana potrebbe definirsi, come diceva lo stesso Mons. Escrivá, "vecchia come il Vangelo e come il Vangelo nuova".

2. L'Opus Dei è tra le realtà ecclesiali più organizzate e diffuse. Come è avvenuta questa estensione nel mondo?

La ragione di tale diffusione non sta nell'ingegnosità di un progetto umano o nella sua rispondenza alle esigenze dei tempi. Come ripeteva spesso il nostro Fondatore, l'Opus Dei non è frutto dell'inventiva o della sagacia apostolica di un uomo. L'unica spiegazione ragionevole è questa: si tratta di un'iniziativa divina. Lo Spirito Santo rinnova incessantemente la Chiesa ed il suo soffio, malgrado le resistenze delle nostre debolezze e delle nostre passioni, ha sempre l'impeto della Pentecoste.

Pochi mesi prima della sua morte, considerando l'espansione dell'Opus Dei in tanti paesi ed in tanti ambienti sociali, Mons. Escrivá si rivolse al Signore pregando a voce alta così: "Come è stato fatto l'Opus Dei? L'hai fatto Tu, Signore, con quattro buoni a nulla". Io ritengo che l'umiltà del nostro Fondatore sia una delle prime ragioni di questa diffusione dell'Opera, perché ha consentito al Signore di dispiegare liberamente tutta la forza della sua grazia.

Mons. Escrivá descriveva il fenomeno dell'espansione dell'Opus Dei anche con un'immagine: quando in un campo di grano si cerca di spegnere a calci un fuoco, non si fa altro che spargere tutt'intorno le braci accese e propagare l'incendio. Il senso è chiaro: le incomprensioni di cui l'Opus Dei è stato oggetto ne hanno favorito l'estensione. Quante anime, nel corso di questi anni, dopo aver letto o sentito alcune incongruenze sull'Opera, sono state indotte da quei "complimenti" un po' sospetti ad avvicinarsi ad essa!

3. Nella vostra spiritualità viene molto accentuata tanto l'educazione della persona alla tradizione della Chiesa, quanto il senso della professione civile come luogo della testimonianza cristiana. Potrebbe spiegare come si sviluppa l'unità tra queste due dimensioni?

La nostra esperienza ci conferma che tali dimensioni non solo convergono, ma si richiamano mutuamente in modo necessario. Quale testimonianza potrebbe offrire al mondo un cristiano che non fosse radicato nella genuina tradizione della Chiesa? E quale credibilità potrebbe acquisire un medico o un operaio cristiano sprovvisto di competenza professionale?

Per educazione alla tradizione della Chiesa intendo una formazione spirituale, ascetica e teologica fondata sul patrimonio secolare del Popolo di Dio. Questa è la formazione che la Prelatura Opus Dei fornisce a tutti i suoi fedeli. E' un intento che non comporta alcuna violenza, ma permette a ciascuno di ritrovare le proprie più autentiche radici. Il nostro Fondatore sottolineava concretamente l'importanza di assimilare l'esempio vivo delle prime comunità cristiane dinanzi alla sfida di una società estranea alla logica della Croce e della Risurrezione di Cristo.
Tale formazione non può ridursi all'assorbimento passivo di qualche nozione sulla dottrina della Chiesa. Essa giunge a plasmare in profondità la lotta ascetica personale; su tale base si sviluppa l'apostolato svolto dai membri della Prelatura. Attraverso la loro professione e nel loro ambiente professionale, essi contribuiscono a restituire a tutte le realtà terrene l'ordine voluto nei piani di Dio e spesso offuscato o alterato dagli uomini, quando cedono a ciò che San Giovanni chiama "la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita".

L'apostolato dei fedeli della Prelatura non si riduce alla sola testimonianza, nel senso ristretto di semplice esempio o muta presenza. Esso si propone di dischiudere positivamente agli altri orizzonti di concreto impegno cristiano, mediante la parola che sprona all'audacia, il consiglio che illumina e stimola, l'incoraggiamento all'amico che soffre o vacilla. Il nostro Fondatore era solito definirlo come "apotolato personale di amicizia e confidenza": ogni membro dell'Opus Dei deve essere, diceva, "seminatore di pace e di gioia", una gioia che "ha le radici a forma di croce".

4. Generalmente, come avviene l'incontro con la proposta dell'Opera e come si può iniziare a parteciparvi?

Normalmente tale incontro avviene attraverso un collega di lavoro o di studio, un parente, un amico che appartiene all'Opus Dei e che desidera rendere partecipi coloro che gli stanno attorno della propria esperienza di vita cristiana; questi la comunicano ad altri, e così via.
Inoltre, i membri dell'Opus Dei, assieme ad altri cittadini, promuovono anche in tutto il mondo opere di carattere educativo, culturale, assistenziale, di promozione umana. Sono iniziative di vasta portata sociale (si pensi, in Italia, al Centro ELIS di Roma, alla Residenza Universitaria Torrescalla di Milano, ecc.), rivolte a settori sociali molto ampi ed aperte, senza discriminazioni, a tutti coloro che desiderano partecipare alle loro attività. Proprio frequentando tali strutture, molta gente ha l'occasione di entrare in contatto con la proposta cristiana dell'Opus Dei.

Fra le inumerevoli persone che si accostano all'Opera e prendono parte ai mezzi di formazione cristiana che essa offre loro, molte ricevono da Dio una vocazione specifica che, senza allontanarle dal loro posto nel mondo e nella Chiesa, le spinge a dedicare la propria vita ai fini di santificazione e di apostolato della Prelatura. Tale impegno vocazionale si configura canonicamente in un vincolo mutuo —atto bilaterale o convenzione— tra l'Opus Dei ed i singoli interessati, in forza del quale essi si sottopongono alla giurisdizione del Prelato per tutto ciò che concerne il raggiungimento di tali fini. Questo vincolo non intacca minimamente la loro appartenenza alle rispettive diocesi, di cui continuano ad essere normali fedeli, come tutti gli altri.

5. Quale unità lega gli aderenti all'Opera?

Mons. Escrivá de Balaguer diceva che i fedeli dell'Opus Dei possiedono un numeratore diversissimo l'uno dall'altro, costituito dalla personalità di ciascuno e da quell'insieme di circostanze che contribuiscono a plasmarla in modo irripetibile: la professione, la razza, l'educazione, la cultura, ecc. Essi hanno anche un denominatore comune: la fede della Chiesa e lo spirito specifico dell'Opus Dei, dal quale sono portati a cercare la pienezza della vita cristiana mediante la santificazione del lavoro professionale ed il compimento dei doveri quotidiani. Ovviamente il vincolo che li unisce all'Opus Dei possiede anche una proiezione giuridico-canonica ben precisa, in forza della quale la Prelatura costituisce un'indivisibile unità pastorale al servizio della Chiesa nelle diocesi in cui siamo presenti.

L'unità dell'Opera, però, non ci conduce ad agire come "gruppo" né all'interno della Chiesa né, tanto meno, nella società civile. L'unità di spirito e di regime pastorale comporta invece un potenziamento della personalità di ciascuno e stimola ogni membro a divenire fonte attiva di iniziative al servizio degli uomini, in comunione con altri cittadini, cattolici o no.

Nella propria attività professionale, dunque, e nelle proprie scelte temporali ogni fedele della Prelatura opera con piena responsabilità personale, come qualsiasi cittadino. Ed ha cura di esprimere tale libertà in coerenza con la visione dell'uomo rivelataci in Cristo.

6. La forma canonica dell'Opus Dei è la Prelatura . Essa appare come il punto d'arrivo della vostra storia. Che cosa rappresenta per voi?

L'erezione dell'Opera in Prelatura personale costituisce, a mio avviso, una grande grazia di Dio, e non solo per l'Opus Dei. Il nostro Fondatore pregò e lavorò tanto, per anni ed anni, affinché la suprema autorità della Chiesa riconoscesse in questo modo la realtà e la sostanza del servizio che desideriamo prestare, sempre in stretta unione con i rispettivi Vescovi diocesani. Questo status canonico definitivo è certamente un punto d'arrivo del nostro itinerario giuridico, secondo il desiderio di Mons. Escrivá, tuttavia io lo considero anche come un punto di partenza. Evidentemente non intendo dire che lo spirito dell'Opus Dei sia cambiato dopo la sua erezione in Prelatura personale, né che da allora l'Opera abbia iniziato ad operare in modo nuovo. Il nostro spirito è sempre lo stesso ed identici rimangono i fini ed i mezzi. E' mutato invece il quadro giuridico che racchiude questa sostanza spirituale.

Parlo di punto di partenza solo per spiegare che lo status di Prelatura personale ci offre, finalmente, la struttura giuridica necessaria per lavorare al servizio della Chiesa valendoci di un inquadramento canonico adeguato al carisma fondazionale.

7. In questi anni l'Opus Dei si è sempre contraddistinto per una volontà di direttrici di questo vostro cammino? In quali compagni di viaggio vi riconoscete?

Le linee direttrici si possono riassumere in poche parole: la finalità della Prelatura è di risvegliare in tutti gli ambienti della società una presa di coscienza della chiamata universale alla santità, nell'esercizio del lavoro professionale ordinario. Una finalità di evangelizzazione, dunque, che abbiamo sempre cercato di portare avanti con spirito di servizio ed in piena fedeltà verso il Santo Padre —verso tutti i Pontefici che si sono succeduti da quando esiste l'Opus Dei— e verso i Vescovi in comunione con la Sede Apostolica. Non esiste altro modo di lavorare efficacemente per il Regno di Dio; chi si pone al di fuori di queste coordinate del servizio alla Chiesa e della fedeltà al Magistero distruggerebbe, invece di edificare.

Il nostro Fondatore ci ha insegnato ad avere un cuore grande, cattolico, ad amare e mostrarci solidali con tutti coloro che lavorano lealmente per Cristo, quale che sia il loro particolare carisma. I membri della Prelatura sono presenti in tutti i continenti ed in tutti gli ambienti sociali e professionali. Lo spirito dell'Opus Dei sveglia in loro la coscienza di essere soggetti attivi della missione apostolica della Chiesa e li induce —secondo quella libertà e responsabilità personale di cui prima parlavo— ad agire in conformità con la loro vocazione laicale per l'animazione cristiana della società, immergendosi nei suoi gangli vitali. Essi cooperano dunque, gomito a gomito, con tutti gli uomini di buona volontà che la Provvidenza divina, attraverso le circostanze della vita professionale e sociale, ha messo accanto a loro e coi quali condividono inquietudini, ideali, speranze e difficoltà.

8. Che cosa significa per voi l'incidenza della fede nella cultura, così spesso sottolineata da Giovanni Paolo II ed il suo richiamo all'impegno civile e sociale?

L'Opus Dei invita ogni cristiano a santificare la propria professione e, a tal fine, gli ricorda che il lavoro va svolto con la maggiore perfezione possibile ed in assoluta purezza di intenzione, vale a dire non come ambito per la ricerca dell'affermazione personale o dell'egemonia di un gruppo. La santificazione del lavoro implica che esso sia orientato e vivificato dalla fede, perché una fede che non informasse tutta la vita sarebbe soltanto retorica religiosa. Ma la luce della fede trascende ogni cultura: essa è dono di Dio, partecipazione della conoscenza che Dio ha di Se stesso, mentre la cultura è frutto della riflessione e dello sforzo umano. L'esperienza dimostra che l'unità della fede si è saputa esprimere in un reale pluralismo culturale, il quale non la contraddice, ma ne testimonia piuttosto la trascendenza. Basta pensare alla ricchezza ed alla varietà del patrimonio di cultura fiorito, grazie al Cristianesimo, attraverso i secoli nei diversi popoli. Ecco perché mi sembra palesemente gratuito ed antistorico che, quando noi cristiani parliamo —con il Papa— della fede che si fa cultura e della responsabilità dei credenti di offrire alla società quell'apporto di vitalità e di originalità rappresentato dalla fede, alcuni ostentino di scandalizzarsi ed avanzino l'accusa di integrismo, quasi che pretendessimo mutilare la libertà umana. E' proprio il contrario: la trascendenza della fede e la sua insondabile ricchezza offrono alla libertà la garanzia più sicura ed alla cultura la possibilità di elevarsi a vertici di conoscenza e di approfondimento insospettabili. Del resto la storia dimostra che, quando la cultura pretende di mantenersi estranea alla fede, non resta certo neutrale, ma scivola spesso su presupposti apertamente ateistici e non di rado origina una fatale degenerazione dei valori umani.

Ma, al tempo stesso, bisogna evitare il pericolo del clericalismo. A questo proposito il nostro Fondatore invitava i cristiani a diffondere una vera mentalità laicale, "che deve condurre a tre conclusioni: a essere sufficientemente onesti da addossarsi personalmente il peso delle proprie responsabilità; a essere sufficientemente cristiani da rispettare i fratelli nella fede che propongono —nelle materie opinabili— soluzioni diverse da quelle che sostiene ciascuno di noi; e a essere sufficientemente cattolici da non servirsi della Chiesa, nostra Madre, immischiandola in partigianerie umane" (Colloqui con Mons. Escrivá, Milano 1982, IV ed., n. 117).

9. La stampa spesso assimila CL e l'Opus Dei. Al di là di tali frettolose affermazioni, che cosa ritiene ci accomuni e quali Le sembrano le differenze più rilevanti?

Innanzitutto ci unisce —e non è poco— la comune fede cristiana ed il sincero impegno di viverla fino in fondo in mezzo al mondo e nella indiscussa fedeltà al Magistero della Chiesa. Questo è indubbiamente il punto principale, ma inoltre non mancano neppure aspetti concreti nei quali i nostri intenti e le nostre esperienze sono convergenti, in quanto tendono a fornire risposte genuinamente cristiane ad una cultura spesso in contrasto, e più spesso ancora indifferente, a ciò che Cristo ha rivelato all'uomo.

Se mi rivolgesse questa stessa domanda fra qualche tempo, sono sicuro che la risposta potrebbe essere molto più articolata, giacché è ancora recente la sincera amicizia e la simpatia che mi legano a Mons. Giussani. I contatti vicendevoli favoriscono sempre la conoscenza dei rispettivi profili spirituali ed apostolici. Le differenze fra coloro che considerano se stessi come fratelli in Cristo appaiono come occasione di lode a Dio, per la varietà dei doni che distribuisce nella sua Chiesa.

In questo spirito, desidero cogliere l'occasione per chiedere a tutti coloro che si riconoscono nell'esperienza di Comunione e Liberazione di pregare per l'Opus Dei. Io assicuro loro che ogni giorno i fedeli della Prelatura, unendosi alla mia preghiera, rivolgono le proprie suppliche al Signore anche per Comunione e Liberazione e per il felice adempimento dei suoi intenti di servire la Chiesa.

10. Lei è il primo successore di Mons. Escrivá de Balaguer. Qual è il ricordo più significativo che ne conserva e come descriverebbe questo primo decennio dopo la sua morte?

Sono stato accanto a Mons. Escrivá de Balaguer per quarant'anni, fino al 26 giugno 1975, quando il Signore lo chiamò a Sé. Porto in me, quindi, un'esperienza assai densa e profonda della sua vita santa. Ma Le risponderò richiamandomi ad un'espressione con cui egli stesso amava definirsi: "un peccatore che ama Gesù Cristo". Ogni vero uomo di Dio è portato a vedersi pieno di miserie e di errori, ma, lasciando per ora da parte tale straordinaria umiltà che lo caratterizzò, desidero porre l'accento sull'amore che palpitava nella sua anima di sacerdote.

Morì a 73 anni e fu sempre giovane, perché amava molto. Aveva un cuore grande e pertanto soffrì intensamente; ma seppe vivere sempre con l'allegria di chi ama, suscitando intorno a sé ottimismo e speranza. All'inizio dell'Opus Dei eravamo in pochi attorno a lui; ebbene, egli dischiudeva dinanzi ai nostri occhi prospettive apostoliche immense e ci incoraggiava: "Sognate e vedrete che la realtà supererà i vostri sogni!". Il Signore gli concesse di vedere realizzate quelle speranze, ma a prezzo di quali sofferenze e di quanto lavoro!

Il suo cuore bruciava d'amore di Dio ed egli seppe infiammare altre anime con questo desiderio di seguire Cristo: era un sacerdote capace di trascinare gli altri, anche perché il Signore gli aveva concesso delle qualità umane eccezionali e ne aveva fatto uno strumento davvero efficace. La mia gioia più grande deriva dal constatare che il fuoco acceso sulla terra dal nostro Fondatore continua a propagarsi negli angoli più remoti del mondo. In questo primo decennio, attraverso gli innumerevoli benefici ricevuti dall'Opus Dei, abbiamo verificato che, come ebbe a dire lo stesso Mons. Escrivá negli ultimi mesi trascorsi in mezzo a noi, dal Cielo ci sta aiutando in maniera ancora più evidente. Ed è una grande consolazione per me, che porto sulle spalle la responsabilità di imprimere all'Opus Dei il suo stesso impulso, affinché il carisma fondazionale resti intatto, per il bene della Chiesa.

Romana, Nº 1, Gennaio-Dicembre 1985, p. 83-89.