Opus Dei. Bollettino RomanaBollettino della Prelatura della Santa Croce e Opus Dei

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62 • Gennaio - Giugno 2016 • Pagina 106
 
 
 
 •  DAL PRELATO E DAL VICARIO AUSILIARE
 

Del Prelato - Meditazioni mensili sulle opere di misericordia

Gennaio - Visitare e curare i malati

La prima opera di misericordia corporale che la Chiesa ci propone consiste nel visitare e curare i malati: un compito che Gesù Cristo adempì con ininterrotta frequenza durante il suo passaggio sulla terra. Fra le tante scene del Vangelo, lo vediamo guarire la suocera di Pietro (cfr. Mt 8, 14-15); ridare la salute alla figlia di Giairo (cfr. Mc 5, 21-43); prendersi cura del paralitico della piscina di Betsaida (cfr. Gv 5, 1-16) o fermarsi davanti ai ciechi che lo aspettavano all’ingresso di Gerusalemme. La sofferenza di queste persone ci fa vedere come Dio va loro incontro, annunciando la salvezza che è venuto a portare a tutti gli uomini.

Nei malati il Signore contemplava l’umanità che aveva più bisogno di salvezza. Finché godiamo buona salute, possiamo avere la tentazione di dimenticarci dello stesso Dio, ma quando nella nostra vita appare il dolore o la sofferenza, forse ci ritorna alla mente il grido del cieco all’uscita da Gerico: “Figlio di Davide, abbi pietà di me!” (Mc 10, 47). Nella debolezza, ci sentiamo creature particolarmente bisognose.

Dobbiamo anche interrompere il nostro cammino quando vediamo gli altri in difficoltà, come vediamo fare a Cristo. Lo Spirito Santo, Amore infinito, consolerà altre persone per mezzo della nostra compagnia, della nostra conversazione e del nostro silenzio rispettoso e costruttivo quando il paziente ne ha bisogno. Tutti noi siamo occupati ogni giorno in numerose attività, che si moltiplicano incessantemente, ma non dobbiamo permettere che un’agenda piena di impegni ci faccia dimenticare i malati.

Sono molti gli esempi di santi e di sante che hanno imitato Gesù anche in quest’opera di misericordia. Per esempio, san Josemaría era solito spiegare che l’Opus Dei era nato – come una necessità – negli ospedali, tra i malati. Da quando si era trasferito a Madrid, nel 1926 o 1927 e fino al 1931, ha collaborato intensamente in varie istituzioni assistenziali – il Patronato degli Infermi, la confraternita di San Filippo Neri, ecc. – che si dedicavano ai malati degli ospedali e dei sobborghi della capitale . Madrid contava allora più di un milione di abitanti; i sobborghi erano molto distanti tra loro, i mezzi di trasporto scarseggiavano e, allo scopo di servire i malati nelle loro case o nelle loro baracche, andava dove riteneva fosse necessario, sempre a piedi, e trasmetteva a tutti l’incoraggiamento di Cristo e il perdono di Dio Padre. Quante persone saranno andate in Cielo grazie a questo lavoro sacerdotale di san Josemaría!

In questi o in altri ospedali e luoghi, soprattutto a partire dal 1933, andava accompagnato da alcuni giovani che assisteva nella loro vita spirituale. Con loro, offriva ai pazienti parole di affetto oppure i servizi più diversi, come lavarli, tagliare loro le unghie, pettinarli o suggerire una buona lettura. Molti di questi giovani, proprio perché venivano a contatto con il dolore o la povertà di altre persone, hanno scoperto sino in fondo Gesù nel malato e nell’invalido .

Figlie e figli miei, amici e amiche che partecipate agli apostolati della Prelatura, questa attenzione rivolta ai deboli non deve limitarsi a una iniziativa dei primi tempi: l’Opus Dei continua a nascere e a crescere ogni giorno in te, in me, quando pratichiamo la misericordia verso chi è abbandonato, quando scopriamo Cristo nelle anime che ci stanno attorno, specialmente in chi è tormentato da qualche male.

Come Cristo, portiamo loro la misericordia di Dio con le nostre attenzioni, con la nostra presenza, con i nostri servizi, anche con una semplice telefonata. Potremo così distrarli dal dolore o dalla solitudine, ascoltare con pazienza le preoccupazioni che li opprimono, trasmettere loro affetto e fortezza affinché reagiscano con dignità alle situazioni in cui si trovano; e possiamo ricordare loro anche che la malattia è un’occasione per unirsi alla Croce di Gesù.

In Cammino, opera conosciuta in tutto il mondo, san Josemaría scrisse: “– Bambino. – Malato. – Nello scrivere queste parole, non senti la tentazione di usare la maiuscola? È perché, per un’anima innamorata, i bambini e i malati sono Lui” (n. 419). Già fin da giovane – mi riferisco a san Josemaría – vedeva Cristo in coloro che soffrono, perché Gesù non solo guarì i malati, ma si identificò con loro. Il figlio di Dio subì inenarrabili dolori: pensiamo, per esempio, al suo esaurimento fisico e spirituale nell’orto degli ulivi, durante l’indescrivibile pena a ogni staffilata durante la flagellazione, al dolore di testa e alla debolezza fisica che lo dovettero pervadere col passare delle ore durante la Passione...

Per coloro che hanno una malattia, questa situazione di sofferenza forse viene accolta come un peso oscuro e senza senso; la realtà può essere ritenuta incomprensibile e irragionevole. Perciò, se il Signore permette che proviamo il dolore, accettiamolo. E se dobbiamo andare dal medico, obbediamo docilmente alle sue indicazioni, cerchiamo di essere buoni pazienti: con l’aiuto del Cielo, sforziamoci di accettare questa situazione e di avere voglia di recuperare le forze per servire con generosità Dio e gli altri. Ma se la sua volontà fosse diversa, diciamo come la Madonna: fiat! , si faccia, si compia la tua volontà...

In tal modo, nella nostra preghiera sapremo rivolgerci al Signore, dicendogli: Io non capisco quello che vuoi, ma non chiedo neppure che me lo spieghi. Se Tu permetti la malattia, concedimi un aiuto per sopportare questi momenti: fa’ che mi unisca di più a te, che mi unisca di più a coloro che mi fanno compagnia, che mi unisca di più a tutta l’umanità. Poi, ripetendo una frase di san Josemaría, invochiamo lo Spirito Santo: “Oh Spirito di comprensione e di consiglio, Spirito di gioia e di pace!: voglio ciò che tu vuoi, voglio perché tu lo vuoi, voglio come tu vuoi, voglio quando tu vuoi...” .

Quanto fa bene all’anima di ciascuna e di ciascuno essere portatori della misericordia! Preghiamo il Signore, attraverso la sua Santissima Madre, di sostenerci affinché possiamo trasmettere l’affetto di Dio a coloro che non hanno sufficiente salute e accogliamo con pace la misericordia del Signore, se la sua Volontà si traduce nel fatto che ci uniamo a Lui mediante la Croce.

Febbraio - Dare da mangiare agli affamati e dare da bere agli assetati

Ora ci soffermiamo su due opere di misericordia corporali: dare da mangiare agli affamati e da bere agli assetati.
Dio, Padre di misericordia, ha alimentato nel corso dei secoli il suo Popolo e lo continua a fare ogni giorno mettendo sulla nostra tavola il cibo che mangiamo. Per questo appare molto opportuno che nelle famiglie si diffonda l’abitudine di recitare una preghiera prima dei pasti e di ringraziare Dio alla fine, per i suoi benefici. Non asteniamoci dal manifestare questa abitudine anche quando ci troviamo fuori casa, perché costituisce una profonda manifestazione di fede e potrebbe essere un efficacissimo apostolato per chi ci vede.
Nel Giubileo straordinario della misericordia il dono quotidiano degli alimenti deve ravvivare in noi non soltanto il ringraziamento a Dio, ma anche la preoccupazione per quei fratelli che non possono contare su un sostentamento quotidiano. Pensiamo ai milioni di persone nel mondo che non hanno nulla o quasi nulla da mettere in bocca. Per contrasto, in alcuni luoghi certe volte gli alimenti si sprecano: per ridurre le riserve, per negligenza o al fine di mantenere alti i prezzi.

“Gli alimenti gettati nella spazzatura – sono parole del Santo Padre – sono rubati alla tavola dei poveri” . Per questo il Papa ha invitato in diverse occasioni a migliorare la distribuzione dei prodotti alimentari nel mondo, per combattere così, con questa e altre iniziative, la “cultura dello scarto”, come egli stesso afferma.
Rivolgiamo il nostro sguardo a Cristo e ammiriamo come moltiplica i pani e i pesci per saziare la folla affamata. Poco prima gli Apostoli gli avevano suggerito di congedarla: “Vadano per le campagne e i villaggi vicini in cerca di alloggio e di cibo, perché siamo in un luogo deserto” (Lc 9, 12), gli propongono. Stranamente, gli Apostoli proponevano, dopo aver ascoltato la Parola di Dio, che ogni famiglia cercasse per suo conto il sostentamento. Ma il Signore dimostra con i fatti che dar da mangiare agli affamati riguarda tutti noi: “Date loro voi stessi da mangiare” (Lc 9, 13), risponde, e subito dopo opera il portentoso miracolo che riempie tutti di sorpresa.

I Dodici impararono bene la lezione, e più avanti, nei primi anni della Chiesa, stimolarono la distribuzione di cibo ai fedeli più poveri. Questa disponibilità è pienamente attiva nella Chiesa anche oggi, e sono sorte numerosissime iniziative di carità sostenute da cristiani. Nei Paesi meno sviluppati, e anche nelle periferie di quelli sviluppati, sono sorte banche di alimenti, mense pubbliche, scuole di cucina per persone senza formazione e molte altre iniziative di servizio. Non dobbiamo limitarci ad ammirare tali iniziative; almeno, preghiamo perché siano molto efficaci e diamo una mano se siamo in condizioni di farlo.

Colmi di gioia e di generosità, dobbiamo essere portatori della misericordia di Dio verso tutti, e specialmente verso gli indigenti. Le occasioni – molto diverse – non mancheranno se pratichiamo la carità: per esempio, dedicare periodicamente un certo tempo alle organizzazioni di solidarietà; farsi coinvolgere in questa stessa attività anche come occupazione professionale; contribuire con aiuti economici a queste iniziative; lavorare per modificare le leggi che impediscono un giusto commercio dei prodotti alimentari; evitare in casa propria lo spreco di cibo…

Debbono risuonare nelle nostre anime le parole di Cristo: “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere” (Mt 25, 35). Domandiamoci: io, che cosa posso fare? Come posso incoraggiare gli altri?

Gesù, che è datore di Vita, non soltanto distribuì i pani e i pesci su una collina della Galilea, ma quando arrivò il momento sublime dell’Ultima Cena, distribuì il pane trasformato nel suo Corpo e il vino trasformato nel suo Sangue. Se qualche volta troviamo scuse per non impegnarci in opere di carità o se l’egoismo ci induce a non vedere coloro che mancano del minimo necessario, se nelle nostre spese sprechiamo il denaro o se pensiamo che l’argomento della fame altrui sia troppo complesso per affrontarlo di persona, fissiamo ancor più lo sguardo su Cristo-Eucaristia: Egli, somma giustizia, si è offerto come cibo e si è dato completamente. È venuto in questo mondo perché la sua Vita servisse da alimento per la nostra. La sua generosità ci dà vigore e la sua morte ci restituisce la vita.

Gesù Cristo, “volto della misericordia del Padre” , ci offre l’alimento del suo Corpo e del suo Sangue sotto le apparenze di pane e di vino, dandoci così una partecipazione alla vita eterna. Imitiamolo: noi non possiamo arrivare a una donazione di tale importanza, ma abbiamo la possibilità di dar da mangiare e da bere ai membri del Corpo mistico di Cristo, invitandoli ad avvicinarsi all’Eucaristia e anche ad altri aiuti materiali.

Fin dagli inizi dell’Opus Dei san Josemaría ispirò in coloro che andavano a formarsi da lui il grande desiderio di andare incontro agli indigenti, a coloro che non posseggono mezzi materiali; e si rivolse amabilmente ai bisognosi e ad altri che cercavano di nascondere con dignità la loro povertà. Li chiamava “i poveri della Vergine” e abitualmente faceva loro visita il sabato, in onore della Madonna. Praticava altre opere di misericordia, senza umiliare.

Inoltre, ai ragazzi che invitava ad andare con lui, suggeriva di distribuire qualche soldo, o qualche cosa di divertente da leggere, qualche giocattolo per i bambini, o qualche dolce accessibile soltanto ai ricchi…; soprattutto li incoraggiava a trasmettere loro affetto, a parlare con loro, a mostrare un autentico interesse per i loro bisogni e i loro problemi, perché vedevano in essi – con grande gioia! – dei fratelli .

Occasioni simili si potranno ripetere ogni giorno anche nella vita di ognuno, di ognuna di voi. Possiamo chiedere a san Josemaría che ci aiuti a scoprirle e a seguire il suo esempio di servizio, di carità, che è il vero affetto.

Marzo - Vestire gli ignudi e visitare i carcerati

In questo mese rifletteremo su due opere di misericordia materiali, che riguardano diversi tipi di povertà: quella di chi non ha un vestito e quella di chi è privo della libertà.
Vestire gli ignudi non vuol dire soltanto proteggere il corpo dalle intemperie; invita anche ad aiutare una persona a conservare la propria dignità. Il vestito rende possibile, a ogni uomo e a ogni donna, di presentarsi convenientemente agli altri e spesso riflette una eleganza interiore cristiana.

Nel meditare la Passione del Signore, salta agli occhi che Cristo soffre per le ingiustizie degli uomini. Nessuno, salvo sua Madre e poche altre persone, gli rivolge un gesto di misericordia nelle ore della crocifissione. Lo privarono anche dei vestiti, che furono sorteggiati tra i soldati (cfr. Gv 19, 23-24). Quando Gesù ci ha invitati a vestire l’ignudo, sapeva che neppure questo gesto di misericordia sarebbe stato concesso a Lui personalmente. La nudità di Cristo sulla Croce è immagine della mancanza di misericordia da parte di noi uomini; della nostra mancanza di amore, della fragilità causata dalle nostre offese e dal nostro egoismo.

Ciò che i nostri antenati non fecero sul Golgota, noi ora possiamo in qualche modo assolverlo nei confronti degli uomini nostri fratelli. Anche nelle società opulente non sono pochi coloro che non dispongono di mezzi materiali per rifornirsi di indumenti decorosi, e neppure per vestirsi decentemente. Questo Giubileo ci offre un’altra occasione per “aprire gli occhi alle miserie del mondo” e scoprire, anche nell’ambiente in cui viviamo, le persone bisognose di aiuto. Esistono, o si possono avviare, istituzioni di carità con le quali è possibile contribuire in diversi modi – con il nostro tempo o con il nostro denaro – a procurare indumenti decenti a chi ne ha bisogno.

Nello stesso tempo, in una società che ha fatto della moda un peso che certe volte riduce in schiavitù, potrebbe essere questa l’occasione per destinare un po’ di denaro a opere di carità, risparmiandolo sugli acquisti originati dal capriccio e avendo più cura dei nostri vestiti. Possiamo anche sforzarci di dare l’esempio mostrando un aspetto esteriore semplice e decente.

Eserciteremo quest’opera di misericordia anche se aiutiamo – con carità, rispetto e pazienza – coloro che, poveri di ideali o di formazione, calpestano la propria dignità nel modo di vestire.

Suggerire di non seguire certe mode di cattivo o di dubbio gusto è un compito educativo di particolare importanza dei padri e delle madri nei confronti di figli e figlie, e di qualunque persona verso i propri amici e le proprie amiche. Ognuno di noi è figlio o figlia di Dio, e anche il modo di vestire dev’essere una testimonianza della propria dignità. Dobbiamo far vedere che i vestiti, gli abiti, coprono un corpo informato dall’anima spirituale – la cosa più importante –, che è destinato alla risurrezione gloriosa.

Un’altra evidente opera di misericordia è andare a visitare i carcerati. Guardiamo ancora una volta Cristo: il Signore della terra è stato imprigionato la notte precedente alla crocifissione. Quanto amare sono state quelle ore per Gesù! Lo avevano privato della libertà mettendolo in carcere, mentre aspettava un giudizio e una condanna del tutto ingiusti e iniqui. Paradossalmente, con un atto di completa libertà, quel Prigioniero, con la maiuscola – disprezzato da tutti –, ci stava liberando dal peccato e non disdegnava questo mettersi al nostro servizio perché è il Figlio di Dio, fratello di tutti gli uomini e di tutte le donne.

Chi viene privato della libertà ha bisogno di essere confortato nella speranza. Per questo, in numerose occasioni, i Papi – fra cui anche Papa Francesco – sono andati a visitare i carcerati e hanno rivolto loro parole di incoraggiamento, invitandoli a utilizzare questo periodo della loro vita per aprirsi a Dio. «Quando Gesù entra nella sua vita – ha detto Papa Francesco in un carcere della Bolivia –, uno non rimane prigioniero del suo passato, ma comincia a guardare il presente in un altro modo, con un’altra speranza. Uno comincia a guardare con altri occhi la propria persona, la propria realtà. Non rimane ancorato a ciò che è successo, ma è capace di piangere e di trovare lì la forza per ricominciare daccapo» .

Visitare i carcerati, o aiutarli a reinserirsi nella società, significa servire coloro che sono stati messi da parte dalla società. Che magnifico lavoro possono svolgere coloro che lavorano o collaborano in questa attività! In modo particolare se assistono quanti si trovano in carcere per motivi religiosi, cosa oggi molto frequente.

Pensiamo anche a coloro che sono reclusi non in carceri di cemento, ma dietro le sbarre di ogni tipo: quelle originate dall’alcool, dalla pornografia, dalla droga o da altri vizi che incatenano l’anima e fanno sprofondare nell’abisso.

Portiamo a tutte queste persone la nostra vicinanza, la nostra comprensione, i nostri consigli e, al di sopra di tutto, la nostra preghiera. Ricordiamo loro che Dio non permette che nessuno cada dalle sue mani, che non abbandona nessuno dei suoi figli. A tutti offre nuove opportunità, sempre, fino all’ultimo istante dei nostri giorni.

Negli anni ’30 del secolo scorso, san Josemaría andò qualche volta nel carcere di Madrid. Vi si trovavano, esclusivamente per motivi politici, alcuni giovani che egli assisteva spiritualmente. Rivestito dell’abito talare, in un periodo in cui i sacerdoti venivano aggrediti, li aiutava a pregare e li incoraggiava a utilizzare il tempo studiando lingue estere o ripassando il catechismo . Inoltre, in questo esercizio della carità, li invitava a giocare a calcio con i detenuti di idee opposte e anticristiane, in modo che, dall’amicizia generata dallo sport, potesse sorgere almeno un rispetto reciproco.

San Josemaría sapeva che le carceri, materiali o morali, possono essere anche luoghi di incontro con Cristo, luoghi di profonda conversione. Per questo raccomandava ai fedeli della Prelatura di non smettere mai di occuparsi di questa attività con un senso cristiano e di fraternità. Se noi cristiani portiamo in questi luoghi il balsamo della misericordia di Dio, molti detenuti potranno sperimentare la vera liberazione: la consapevolezza di essere figli di Dio, e dunque amati incondizionatamente e protetti anche dalla Madonna, nostra Madre.

Aprile - Dare ospitalità al pellegrino

“Ero forestiero e mi avete ospitato” (Mt 25, 43). Coloro che hanno ascoltato dalla bocca di Cristo queste parole conoscevano bene i pericoli che incombevano su quanti si avventuravano per le strade: ladri, bestie selvatiche, guai atmosferici e altri rischi. Anche Maria e Giuseppe, quando Gesù era venuto al mondo, avevano provato i problemi cui vanno incontro i viandanti. Una dopo l’altra si erano chiuse per loro le porte di Betlemme (cfr. Lc 2, 7). Soltanto una stalla aveva accolto Dio alla nascita. Dopo qualche tempo, la Sacra Famiglia, perseguitata dal re Erode, fu costretta all’esilio in un paese straniero, senza poter portare quasi nulla con sé, data la fretta di mettersi in cammino (cfr. Mt 2, 13-15).

Il Santo Padre ha detto che “la predicazione di Gesù ci presenta le opere di misericordia perché possiamo verificare se viviamo o no come suoi discepoli” . Pertanto, è il caso di chiedere a Dio nella nostra preghiera: Perché, Signore, ci inviti a dare ospitalità al pellegrino? Che cosa ci vuoi insegnare?

Dare ospitalità al pellegrino vuol dire accogliere l’estraneo, vuol dire fare spazio nel nostro mondo sicuro e stabile a chi ha bisogno di aiuto; vuol dire offrire una protezione a chi si vede minacciato, mettendo in gioco per loro anche la nostra comodità, condividendo il nostro benessere e, dunque, perdendo un poco della nostra tranquillità personale, ma sperimentando la gioia di farlo.
In questi ultimi mesi vediamo ogni giorno, con dolore, migliaia di persone che mettono a repentaglio e consumano la loro vita per ottenere una esistenza più degna in un paese o in un continente diverso dal proprio. Non è un fenomeno nuovo, ma recentemente le disuguaglianze sociali e le guerre hanno raggiunto livelli tali che né il mare né altri limiti naturali hanno potuto trattenere questo flusso migratorio.

Il forestiero non è più una figura lontana, ma è sempre più presente nelle vie delle nostre città. Il Papa ha fatto notare che, se guardiamo con indifferenza il doloroso viaggio di queste famiglie, vuol dire che “abbiamo perduto il senso della responsabilità fraterna” .

Società che per secoli si sono sviluppate al calore del cristianesimo affrontano ora questa sfida gigantesca. Perciò mi permetto di dire che avremo la capacità di accogliere coloro che si vedono costretti a emigrare soltanto se ci cimentiamo ogni giorno nella carità di Cristo. Questa misericordia – che tante volte li ha consolati nelle loro terre d’origine, a opera dei missionari, dei religiosi e delle religiose, e di tanti uomini e donne di fede verso i quali dobbiamo essere molto grati – ispirerà ora la creatività di molte persone.
Sarà necessario svolgere iniziative di diverso tipo per distribuire fra tutti il benessere indispensabile, i posti di lavoro, le case, l’educazione… Comprendiamo bene che non è soltanto un problema economico, ma soprattutto morale, perché quando un fratello reclama giustizia, il cristiano deve rispondere anche con la carità.

Nel Vangelo ci viene mostrato che il Signore, mentre predicava in Giudea e in Galilea, godette dell’ospitalità di molti suoi amici. E Gesù trasformava la vita di tutti coloro che gli aprivano le porte delle loro case: Marta, Maria e Lazzaro godettero così dell’amicizia del Redentore (cfr. Gv 12, 1-11); Simone il fariseo imparò il valore del perdono (cfr. Lc 7, 16-50); Zaccheo abbandonò la sua vita da egoista... (cfr. Lc 19, 1-10). Ora, ai giorni nostri, Cristo, nelle vesti di emigrante o di derelitto, cerca ancora amici che lo accolgano.

Tu e io possiamo ospitare il Signore nelle nostre anime ogni giorno, quando lo riceviamo nella santa Eucaristia. Sorelle e fratelli miei, amici e amiche, riflettiamo: Quale ospitalità offriamo al Redentore? Prepariamo bene il cuore come i personaggi del Vangelo predisponevano le loro case prima dell’arrivo del Maestro? Quali attenzioni affettuose riserviamo al divino Ospite?
Se parliamo dell’Eucaristia, non ci allontaniamo dal tema della misericordia, perché solamente un cuore che sa trattare Cristo, e si sforza di amarlo sempre di più, sarà capace di accogliere il fratello che ha bisogno di aiuto, di lavoro o semplicemente di un’attenzione particolare.

Se curiamo la Comunione, il Signore ci farà diventare più generosi, più sensibili alla sofferenza altrui, più disponibili a offrire i nostri mezzi materiali, il nostro tempo o le nostre possibilità agli indigenti.

Anche san Josemaría dovette sottostare alla prova di chi è costretto a fuggire e a cercare un rifugio. A causa della persecuzione religiosa che si produsse in Spagna a partire dal 1936, dovette rifugiarsi per lunghi periodi di tempo in diversi luoghi di Madrid, in soffitte e in stanzini angusti, in luoghi scomodi e strani. Quando sapeva che le persone che lo avevano accolto non lo avrebbero denunciato, rivelava loro la sua condizione di sacerdote e – senza tema di mettere in pericolo la propria vita – offriva loro la possibilità di partecipare ai sacramenti, alla Confessione o all’Eucaristia, un vero sollievo in quei mesi difficili. In questo modo, tra l’odio e la paura che caratterizzano ogni conflitto, Cristo si faceva strada ancora una volta nel cuore di quelle persone.
Prima di terminare questo dialogo con voi, chiediamo alla Madonna e a san Giuseppe, pellegrini a Betlemme ed emigranti in Egitto, di insegnarci ad aprire la porta della nostra vita a quel Cristo che ci sta chiedendo di essere generosi verso coloro che hanno bisogno di essere accolti.

Maggio - Seppellire i morti

L’ultima opera di misericordia corporale è seppellire i morti. Rivolgiamo ancora una volta gli occhi a Cristo, che ci parla nei Vangeli. Nella sua Passione, la crudeltà degli uomini nega il più piccolo gesto di misericordia verso il Signore, che vediamo prigioniero, assetato, malato, nudo e rifiutato dal suo popolo.
Eppure, appena Cristo muore sulla Croce, scopriamo un gesto di misericordia verso il suo Corpo, di quella misericordia che Dio ha seminato nei cuori degli uomini. Mani devote tolgono il Signore dalla Croce, lo danno a sua Madre, e poi lo avvolgono in un sudario pulito e lo seppelliscono in un sepolcro nuovo.

Molte volte ho riflettuto su questo passo e capisco perfettamente che le braccia degne di accogliere il corpo di Cristo erano quelle di sua Madre, con una vita così limpida e generosa verso il figlio e verso tutti gli altri. Meditando questa scena, si accende un raggio di speranza nei nostri cuori, quando ci rendiamo conto che noi uomini, che non abbiamo saputo accogliere il Salvatore alla nascita e che lo abbiamo maltrattato durante il suo passaggio sulla terra, siamo stati capaci di offrirgli almeno una degna sepoltura.

Così san Josemaría narra questo episodio: “Nicodemo e Giuseppe d’Arimatea – discepoli nascosti di Cristo – intercedono per Lui dalle alte cariche che occupano. Nell’ora della solitudine, del totale abbandono e del disprezzo..., proprio allora danno la faccia audacter (Mc 15, 43)...: coraggio eroico!” .
Il fondatore dell’Opus Dei prosegue la sua orazione con queste parole: “Io salirò con loro ai piedi della Croce, mi stringerò al Corpo freddo, al cadavere di Cristo, con il fuoco del mio amore..., lo schioderò con i miei atti di riparazione e con le mie mortificazioni..., lo avvolgerò nel lenzuolo nuovo della mia vita limpida, e lo seppellirò nel mio cuore di roccia viva, dal quale nessuno me lo potrà strappare, e lì, Signore, puoi riposare!

Quand’anche tutto il mondo ti abbandoni e ti disprezzi..., serviam! , ti servirò, Signore!” . Come ci consigliava, egli stesso viveva le scene del Vangelo, vivendole dal di dentro, quasi fosse anch’egli un personaggio presente sulla scena.
Cristo è nato per morire e in tal modo salvarci. Questa scena deve scuotere i nostri cuori, perché la morte fa parte della nostra vita e ci aiuta a dare un senso al tempo che trascorriamo su questa terra. Nella Enciclica Spe salvi leggiamo che soltanto Cristo “indica anche la via oltre la morte; soltanto chi è in grado di fare questo è un vero maestro di vita [...]. Il vero pastore è Colui che conosce anche la via che passa per la valle della morte” .

Figlie e figli miei, amici e amiche, saper morire è altrettanto importante di saper vivere, e in entrambi i casi possiamo essere aiutati. Ogni cristiano deve affrontare questo momento – per sé stesso e per gli altri – con speranza e serenità. Certe volte si può presentare la tentazione di non parlare della morte davanti a una persona malata o molto debole. Nello stesso tempo, non possiamo fare a meno di riconoscere che alcune parole di aiuto e di consolazione possono essere una carezza per l’anima.

Proporre l’Unzione degli infermi non deve essere motivo di angoscia e non deve pesare: in quei momenti la grazia di Dio sostiene l’anima di chi si trova ad affrontare l’ignoto con una logica preoccupazione. Lasciamo che Dio agisca. Noi sacerdoti siamo continuamente testimoni di come la misericordia del Signore allevia i moribondi, quando si amministra loro questo sacramento. In quei momenti tutte e tutti noi preghiamo con questi infermi, parliamo loro con naturalezza del Cielo, li sosteniamo con la nostra fede e ricordiamo loro che non rimarranno soli, ma che nella vita eterna li aspetta l’Amore infinito di Dio.

Un giorno del 1932 san Josemaría, nell’Ospedale Generale di Madrid, assisteva un uomo in fin di vita. Costui, vicino a morire, si ricordava di tutti gli errori della propria vita, e le offese arrecate a Dio rendevano inquieta la sua anima . Alcuni anni dopo, il fondatore dell’Opus Dei raccontava così quella scena: “Mi diceva, gridando e senza che riuscissi a farlo tacere: Con questa mia bocca putrida non posso baciare il Signore. No – gli dissi –, invece stai per dargli un abbraccio e un bacio molto forte, in Cielo!” . Quell’uomo morì in pace, sostenuto anche dalla fede di quel santo sacerdote, che seppe stare accanto a lui nel momento della prova finale.

Seppellire i morti è un compito che ci offre molte possibilità per fortificare la fede dei vivi. Chi conosce la morte di qualcuno che gli è vicino, gradirà che lo accompagniamo con le nostre preghiere e con la nostra serenità; se dobbiamo dire qualche parola di conforto, cercheremo di farlo dandole un tono soprannaturale, in modo che la nostra fede serva di consolazione a chi ne ha bisogno. Forse oggi molte persone non hanno un’amica o un amico che ricordi loro che Dio è un Padre, che si occupa anche di quelli che non sono più con noi.
Nello stesso modo, è caratteristico dei cristiani avere materialmente cura dei luoghi dove riposano i defunti, pulendo le loro tombe e depositandovi qualche fiore. Non si tratta soltanto di ravvivare il ricordo e di pregare per la loro anima, ma queste attenzioni verso i morti dimostrano anche il rispetto verso i loro corpi. Crediamo fermamente nella risurrezione della carne e i luoghi dove riposano i resti di coloro che abbiamo conosciuto ci ricordano che ritorneranno alla vita.

Chi ha pregato davanti a una tomba sa che l’amore non si spegne, ma continua vivo. La fede ci dà la certezza che la misericordia di Dio è capace di oltrepassare la barriera della morte. Com’è grande il potere della misericordia con la quale, grazie alla risurrezione di Cristo, possiamo estendere il nostro affetto al di là dei confini di questa vita!

Pensiamo naturalmente a Maria, la Madre del Crocifisso. Sulle sue ginocchia riposò Cristo quando lo schiodarono dalla Croce. Ed Ella continuò a colmarlo di attenzioni, sebbene avesse il cuore spezzato. “Nessuno come Maria – ha scritto Papa Francesco – ha conosciuto la profondità del mistero di Dio fatto uomo. Tutto nella sua vita è stato plasmato dalla presenza della misericordia fatta carne. La Madre del Crocifisso Risorto è entrata nel santuario della misericordia divina perché ha partecipato intimamente al mistero del suo amore” . Seguendo l’invito del Santo Padre, imitiamo la Madonna dei Dolori nel nostro servizio quotidiano ai vivi e ai morti.

Giugno - “Insegnare agli ignoranti” e “Consigliare i dubbiosi”

Tra le opere di misericordia spirituale, oggi mi soffermo sulle prime due: insegnare agli ignoranti e consigliare i dubbiosi. Insegnare è uno dei compiti più belli che possiamo compiere noi tutti. Pensiamo al lavoro educativo delle madri: quanta pazienza, gioia e generosità dimostrano nella cura dei figli, aiutandoli a raggiungere la maturità umana e quella soprannaturale! Papa Francesco ha detto che “la madre, anzitutto, insegna a camminare nella vita e sa come orientare i figli [...]. Non lo ha imparato nei libri, ma lo ha imparato nel proprio cuore” .

Voglio aggiungere che, contemporaneamente, anche il padre di famiglia deve imparare ogni giorno, con cuore retto, a essere un buon marito, un buon padre, spendendosi quotidianamente – come fa la moglie – nell’occuparsi del buon clima di famiglia e nel tenerlo acceso.
Il cuore: questo è il segreto delle opere di misericordia, che coinvolgono la volontà e nascono dalla carità, da quell’amore di Dio che può arrivare ad altre persone attraverso di te, attraverso di me.
Nel Vangelo ascoltiamo queste parole che Cristo rivolge a coloro che sono venuti a catturarlo nell’orto degli ulivi: “Ogni giorno stavo seduto nel Tempio a insegnare” (Mt 26, 55). La sua vita pubblica, infatti, consisteva soprattutto nell’insegnarci il cammino di figli di Dio, nell’illuminare la nostra intelligenza, nell’aprirci la via per arrivare a Dio Padre con l’aiuto del Paraclito.

Su questa stessa linea, meraviglia la forza del suo discorso della montagna (cfr. Mt 5), delle parabole che descrivono il regno dei cieli (cfr. Mt 13, 1-55) e anche i dialoghi di Gesù con i personaggi più diversi: scene nelle quali il Maestro trasmette a tutti – anche a quelli come noi che siamo ancora in cammino – le diverse modalità di percorrere i sentieri della salvezza. Per questo, come del resto indica il Papa, “per essere capaci di misericordia, dobbiamo per prima cosa metterci all’ascolto della Parola di Dio. Questo significa recuperare il valore del silenzio per meditare la Parola che ci viene rivolta” .

Può adempiere l’ufficio di buon maestro, e può consigliare rettamente gli altri, soltanto chi è sempre disposto a imparare. Tutti dobbiamo aprirci con docilità agli insegnamenti del Maestro se è vero che vogliamo aiutare il prossimo con sincerità. Per questo, leggere il Vangelo con attenzione e raccoglimento – un’abitudine che vi invito a praticare tutti i giorni, con una lettura tranquilla, calma, meditando quello che Dio ci predica – ci renderà più sensibili a verificare la misericordia del Padre celeste e cogliere in tal modo le ispirazioni dello Spirito Santo. Allora, quando dovremo orientare o dare un consiglio a una persona, sorgerà in noi la domanda immediata: come farebbe Cristo? E agiremo di conseguenza.

Molte volte – tutte! –, anche il buon esempio sarà il miglior modo di aiutare gli altri. Nel suo libro Forgia, san Josemaría ricorda che “Gesù cominciò a fare e poi a insegnare: tu e io dobbiamo dare la testimonianza dell’esempio, perché non possiamo condurre una doppia vita: non possiamo insegnare quello che non mettiamo in pratica. In altre parole – prosegue il fondatore dell’Opus Dei –, dobbiamo insegnare quello che, perlomeno, ci sforziamo di mettere in pratica” (n. 694). Infatti, la nostra lotta, il nostro desiderio di conversione, servirà di sprone perché altri fissino la loro attenzione sul nostro impegno nel vivere la fedeltà cristiana. Se vogliamo aiutarli, per prima cosa dobbiamo essere esigenti con noi stessi.

D’altra parte, dare un consiglio opportuno richiede un atto di generosità, perché occorre uscire dal proprio io e mettersi nella situazione del prossimo, cercando di comprenderlo fino in fondo – senza dimenticare le sue circostanze personali –, perché non possiamo condurre una doppia vita, allo scopo di dare suggerimenti ben mirati. Si tratterà sempre di un consiglio amichevole, e spesso con una intenzione soprannaturale, e con ciò sarà possibile aiutare l’altro, che valuterà le cose in base a un modo di vedere più ampio, che è quello di Dio.

Queste opere di misericordia ci debbono spingere a mostrare con generosità agli altri il cammino che conduce a Cristo. San Josemaría faceva notare che “l’apostolato è come il respiro del cristiano¸ un figlio di Dio non può vivere senza questo palpito spirituale [...]. Lo zelo per le anime è un comandamento dell’amore del Signore, che [...] ci invia come suoi testimoni al mondo intero” .
Molte persone, magari senza saperlo, aspettano che qualcuno faccia loro conoscere Cristo. Senza di Lui non può esserci vera felicità! Forse le grazie dell’Anno della misericordia ci aiuteranno a superare gli ostacoli che a volte ci impediscono di fare apostolato: i rispetti umani, la pigrizia o semplicemente il pensiero che si tratta di un compito impossibile. Invitiamo, comunque, coloro che frequentiamo nella nostra vita quotidiana a guardare il volto del Signore, mostriamo – ripeto – i suoi insegnamenti attraverso la nostra vita, spieghiamo la dottrina della Chiesa quando è necessario e, naturalmente, comportiamoci sempre in modo coerente con la nostra fede. In tal modo renderemo attraente uno stile di vita che concorda con il Vangelo.

Cito nuovamente san Josemaría, che ci diceva: “La nostra condotta deve essere tale che gli altri possano dire, vedendoci: ecco un cristiano, perché non odia, perché sa comprendere, perché non è animato da zelo fanatico, perché domina i suoi istinti, perché si sacrifica, perché manifesta sentimenti di pace, perché ama” .

Così ha sempre agito il fondatore dell’Opus Dei. La sua vita è consistita soprattutto nel trasmettere a coloro che incontrava lo spirito che aveva ricevuto da Dio. Sono stato testimone del suo zelo nel farci capire chiaramente, fin nei dettagli più minuti, come seguire Cristo santificando la vita ordinaria. Lo faceva con cuore materno e paterno: servendosi di dettagli comuni, trascinandoci con il suo esempio, ricordandoci ogni cosa con pazienza, ma anche con energia, tutte le volte che era necessario.

Vi suggerisco, in quest’Anno della misericordia, di leggere una delle biografie che raccontano i diversi episodi della vita di san Josemaría, anche se l’avete già letta. I suoi insegnamenti nascono direttamente dal Vangelo e racchiudono, come dice il Signore, cose vecchie e cose nuove, che ci danno sempre la capacità di dare nuovo slancio anche alla nostra vita spirituale. Leggendo queste biografie o i suoi scritti, il Signore ci aiuterà a scoprire, per la nostra condotta personale, aspetti stupendi e attraenti dello spirito cristiano, che potremo trasmettere agli altri.

San Josemaría definiva l’Opus Dei come “la storia delle misericordie di Dio” , perché, nel suo impegno per realizzare la volontà divina, ha sempre sentito l’inconfondibile vicinanza del Signore. Grazie a Dio, questa storia non si è fermata, ma continua ancora oggi nel lavoro di molti uomini e donne che si sforzano di far proprio questo modo di vivere e di seguire Cristo, sentendosi gli ultimi, coloro che servono.

Non è forse una grande manifestazione della misericordia divina la possibilità di trovare Dio nelle occupazioni quotidiane? Non dimostra una carezza del Signore il fatto che possiamo collaborare con Lui nella grandiosa avventura di portare i frutti della Redenzione in tutti i crocevia del mondo con la nostra vita normale?


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